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Fate viaggi, non la guerra
di Ivan Lantos
Come se non bastassero i molti conflitti in atto, una nuova guerra s’è aggiunta a quello che consideriamo un catalogo della follia e della vergogna. Pur non essendo fautori di un pacifismo utopico (ma quanto ci piacerebbe esserlo), siamo del tutto convinti che la guerra non sia il mezzo adatto per risolvere le controversie internazionali. Il detto latino si vis pacem para bellum (se vuoi la pace prepara la guerra) fu inventato dagli antichi romani per giustificare il proprio progetto espansionistico. Da quando mondo è mondo, da quando l’uomo è uomo, la guerra è uno strumento assolutamente immorale che anche laddove termini con un “trattato di pace” non genera “la pace”. Altrettanto ferma è la nostra condanna del terrorismo, in qualsiasi forma si manifesti e con qualsiasi pretesto. Il terrorismo non è il mezzo idoneo per rivendicare pur legittimi diritti etnici, religiosi, sociali, ecologici o d’altro genere, alla causa dei quali il terrorismo può portare soltanto danno. La violenza della guerra e quella del terrorismo genera soltanto altra e più efferata violenza, in una catena che sempre più s’allunga avvolgendo nelle sue spire mortali l’intera umanità.
Abbiamo detto in diverse occasioni che il viaggiare è, e deve (o dovrebbe), essere uno strumento per conoscersi, e conoscersi è indispensabile per capirsi e quindi rispettarsi (o magari amarsi, ma questo è forse troppo). Di conseguenza il viaggiare consapevolmente potrebbe contribuire a evitare (o quantomeno a limitare) guerra e terrorismo, ma (tragicamente) guerra e terrorismo impediscono di fatto il pacifico viaggiare.
Dunque anche sotto questo profilo la stagione che ci si promette si prospetta come assai critica. E non soltanto per le sue conseguenze morali. Il viaggiare, comunemente detto turismo, costituisce per numerosi Paesi una voce importante dell’economia e del lavoro, e tra questi Paesi molti appartengono alle aree del mondo economicamente più disagiate e hanno nel turismo la loro principale risorsa. Se, a fronte della guerra e di una (conseguente?) escalation del terrorismo, il turismo si fermerà, sulla scena si ingigantirà anche il fantasma della povertà. E questa figlierà inevitabilmente tensioni destinate a degenerare in violenza che qualcuno strumentalizzerà in pretesti di terrorismo o guerra.
Abbiamo la consapevolezza di aver formulato un discorso banale ma, considerata la situazione, abbiamo ragione di credere che possa essere uno spunto di riflessione per difendere i diritti di chi vuole essere un viaggiatore di pace. In pace.
 
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