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Gengis Khan
Gengis KhanGuardo alla Nazione come a un nuovo figlio appena nato e mi curo dei miei soldati come se fossero i miei fratelli. I miei progetti s'accordano sempre con la ragione. Quando faccio il bene, ho sempre cura che sia per la mia gente. Quando mobilito le schiere dei miei soldati, mi pongo sempre alla loro testa. Mi sono trovato in cento battaglie e mai mi sono chiesto se ci fosse qualcuno dietro di me. Ho affidato il comando delle truppe a coloro l'intelligenza dei quali era pari al coraggio. A chi era laborioso e capace ho assegnato la cura degli accampamenti. Agli zotici ho fatto mettere in mano la frusta e li ho mandati a sorvegliare il bestiame".
Questo è l'autoritratto di un personaggio che un'indagine promossa a livello internazionale dal quotidiano americano Washington Post, nel 1996, aveva designato come "Uomo del Secondo Millennio". Era nato ottocentotrentaquattro anni prima, in Mongolia, si chiamava Gengis Khan. Questa è la sua storia che sconfina nella leggenda. L'abbiamo ricostruita secondo quello che è narrato nella Mongol-un Nigucha Tobchiyan, La storia segreta dei mongoli, nel XIII secolo da una specie di Omero mongolo. In calce, l'autore ha voluto ricordare che l'opera è stata scritta sotto il regno di Ogodei, figlio di Gengis Khan, nel settimo mese dell'anno del Topo, cioè nel 1240, soltanto diciassette anni dopo la morte di Gengis Khan. La storia segreta dei mongoli, definita "segreta" perché la sua lettura era riservata ai soli membri della famiglia imperiale, composta nell'antico alfabeto uiguro, era andata perduta, ma a metà dell'Ottocento ne fu miracolosamente rinvenuta una copia trascritta in cinese. Oggi essa è studiata nelle scuole della Mongolia come testo obbligatorio e il suo valore è paragonabile a quello che ha la Divina Commedia in Italia.
Il bambino che sarebbe diventato Gengis Khan venne al mondo nel 1162, esattamente cento anni prima di Marco Polo, nel nord della Mongolia, tra le montagne del Khentii Aimag, a Deluun Boldog sul monte Burkhan Khaldun (la Montagna Sacra) tra le rive del fiume Onon e vicino al fiume Kherlen, non lontano da Ulaan Baataar, l'odierna capitale mongola.
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.Abitata, secondo le più recenti ricerche archeologiche, fin dal periodo Paleolitico, la Mongolia fu descritta, per la prima volta, agli europei dal frate Giovanni da Pian del Carpine, uno dei primi discepoli di san Francesco, inviato nel 1245 in missione presso la corte del Gran Khan, Guyuk, nipote di Gengis Khan. da papa Innocenzo IV Durante il suo viaggio il francescano incominciò a scrivere il trattato Historia Mongalorum nel quale riferiva: "Non esistono borghi o città, ma ovunque terreni sterili e sabbiosi, il luogo è spoglio d'alberi e adatto per il pascolo degli armenti, l'Imperatore stesso, i principi e tutti si scaldano e cuociono il cibo, facendo fuoco con sterco, il clima è tutt'altro che temperato". Il termine "mongolo " fu utilizzato per la prima volta dai cinesi all'epoca della dinastia Tang (618-907).
Il Paese s'estendeva a nord della "via della seta", terra delle steppe, e dei quattro deserti flagellato da venti furiosi, rovente d'estate e ghiacciato d'inverno, con un territorio che s'estendeva dai mari della Cina, ai pascoli d'Ungheria. Popolato fin dalle origini da nomadi cacciatori o pastori, gente barbara e feroce, cavalieri eccezionali sempre in sella, abilissimi nell'uso dell'arco, abituati a marce ininterrotte di settimane. organizzati in clan familiari che facevano capo a tribù spinte a combattersi tra loro e a far guerra ai vicini,
Gli europei ben conoscevano una di queste tribù, gli Unni, e il loro capo, Attila che avevano soprannominato il "flagello di Dio", il quale, nel 337, era partito dalle pianure centrali dell'Asia muovendo verso occidente. Dopo aver conquistato i Balcani e assediato Costantinopoli, attaccò la Francia e nel 452 scacciò da Ravenna l'imperatore Valentiniano III. Poi depredò Aquileia e si diresse verso Roma. Alle porte della capitale, secondo altri sulle rive del Po, nell'attuale Governolo frazione di Roncoferraro, in provincia di Mantova avvenne l'incontro, per molti aspetti misterioso, con papa Leone I che lo convinse a ripiegare. Attila si può considerare un precursore delle gesta di Gengis Khan, e, oggi, i mongoli, lo ritengono una figura fondamentale della storia del loro Paese e lo venerano come un eroe nazionale, secondo soltanto allo stesso Gengis Khan.
E una capoclan e capotribù era il padre del futuro fondatore dell'impero mongolo. Era Yesughei il Valoroso, il capo del clan Borgighin, "occhi grigi", e della tribù dei Kiyade, primo propugnatore dell'unità delle numerose tribù mongole che si aggiravano per la steppa a nord del deserto del Gobi. Sua madre era la bellissima Hülün, della tribù Merkit. Il loro matrimonio, secondo le profezie dei saggi, sarebbe stato segnato dalla nascita di un bambino destinato a diventare il conquistatore del mondo. Il piccolo vide la luce sotto la cupola di feltro di un ger, la tipica tenda mongola. Secondo la tradizione era il giorno chiaro del primo mese dell'estate dell'anno del Cavallo d'acqua del terzo ciclo e il neonato stringeva nel piccolo pugno un grumo di sangue, indizio di un futuro da grande guerriero. Gli venne imposto il nome di Temugin, il fabbro, per celebrare la recente vittoria del padre contro l'omonimo capo tartaro. In seguito da Yesughei e Hülün nacquero tre figli maschi, Khasar, Khajiun e Temuge, e una femmina, Temulin.
Fin da bambino, secondo le usanze, fu lasciato solo a se stesso in compagnia dei suoi coetanei, con i quali doveva disputarsi quotidianamente il cibo avanzato dagli adulti. Era, infatti, diffusa la convinzione che se un bambino riusciva a sopravvivere con le proprie forze, senza alcun aiuto da parte dei genitori, ciò significava che godeva della benedizione degli dei e che le esperienze che era stato costretto ad affrontare ne avrebbero fatto un guerriero forte e coraggioso. Se invece soccombeva, neppure i suoi genitori avrebbero pianto sulla sua tomba, perché questo significava che gli dei lo consideravano indegno di diventare un uomo.
All'età di nove anni suo padre decise di metterlo alla prova. Temugin dovette affrontare Razar e Finer, i due feroci cani addestrati da Yesughei a uccidere. Dopo il primo istante di panico, il ragazzo dimostrò il suo coraggio e la sua astuzia soggiogando i cani con lo sguardo e riuscendo a fuggire senza essere aggredito.
Superata con successo questa specie di rito d'iniziazione, Yesughei si convinse del fatto che suo figlio poteva essere considerato adulto, e dopo avergli fatto domare il suo primo cavallo, i due si misero in viaggio per incontrare i clan più lontani. La leggenda narra che, ospiti nell'ordu, il campo, di Dai Sescen capo dei Qongghirat, Temugin s'innamorasse della bella figlia del capo, Bödi dieci anni. Più verosimilmente i due padri s'impegnarono in un accordo matrimoniale che rientrava nella politica d'alleanze di Yesughei, il quale come pegno offri il proprio stallone nero a Dai Sescen, e lasciò al campo Temugin perché lavorasse gratuitamente per il futuro suocero, e fornisse buona prova di sé prima del matrimonio, che si sarebbe potuto celebrare soltanto quando, secondo le usanze, Böavesse compiuto quattordici anni.
La permanenza presso Dai Sescen si rivelò molto utile al giovane. Infatti, le frequenti visite al campo di mercanti cinesi gli permisero di conoscere i costumi delle genti che vivevano al di là dalla Grande muraglia, raccogliendo informazioni, che in futuro gli sarebbero state proficue sulle loro città, sui loro armamenti e sul loro modo di fare la guerra.
Ma, un brutto giorno, Temugin venneraggiunto da un membro della sua tribù il quale gli annunciò che Yesughei stava morendo avvelenato dal cibo offerto da una tribù rivale che, fingendo amicizia, lo aveva ospitato. Arrivato al proprio campo, a Temugin non restò che piangere la scomparsa del padre e tentare di di proclamarsi suo successore, gli altri capi clan, però, lo ritennero troppo giovane e non soltanto gli negarono l'assenso, ma decisero anche di abbandonarlo e nonostante gli sforzi della vedova Hülün e dello stesso Temugin, il grande ordu di quarantamila ger cominciò a disgregarsi.
L'erede di Yesughei si ritrovò solo con la sua famiglia e ridotto praticamente in miseria, tuttavia non si arrese, ma proprio quando sembrava in grado di poter ricominciare a espandere la sua tribù fu attaccato dal rivale Targhutai, che aspirava a diventare capo supremo dei mongoli.
Costretto a fuggire, Temugin decise di combattere Targhutai e le altre tribù che cercavano di imporre la propria supremazia. Fu uno scontro generazionale nel quale il giovane guerriero diede prova di quelle doti che l'avrebbero consegnato alla storia e che fecero accorrere sotto i suoi stendardi molti altri giovani guerrieri i quali vedevano in lui il nuovo capo supremo destinato a mettere in atto l'unità del loro popolo e tra questi Jelme, Sübetei, Jebe, Muqali destinati a diventare i suoi generali, che per fedeltà e coraggio le cronache definirono i suoi "cani". Un giorno, rivolto a Sübetei gli disse: «Mi farò topo per rubare il cibo e conservarlo per te. Mi farò corvo per catturare anche la più piccola briciola da donarti. Mi farò feltro per coprirti e per avvolgermi insieme a te»:
Con le vittorie sui clan e le tribù avversarie, giunse il tempo di onorare la promessa di matrimonio che suo padre e il padre di Börte s'erano scambiati. Temugin, diciassettenne, partì per il campo degli Qongghirat, e rapì la ragazza secondo il rituale che avrebbe consacrato il loro matrimonio. Qualche tempo dopo le nozze il campo di Temugin fu attaccato dai Merkiti, uomini delle foreste del nord, considerati barbari fra i barbari, che sequestrarono Börte. Con l'aiuto di clan suoi alleati, Temugin organizzò una spedizione per vendicare l'affronto e riprendersi la moglie. I rapitori furono sterminati, il loro campo raso al suolo e Börte riportata a casa, incinta. Temugin non sapeva se la creatura che la sua sposa portava in grembo fosse sua o il frutto della violenza dei sequestratori. Nacque un maschio al quale venne dato il nome di Gioci, che significava l'ospite o l'accettato, ma che Temugin considerò sempre come proprio primogenito. Börte gli diede altri tre figli Chagatai, Ogodai Khan, il successore, e Tolui. Secondo le usanze mongole, Temugin ebbe altre otto moglie e un numero imprecisato di concubine dalle quali ebbe altri figli.
L'anno di svolta nell'esistenza di Temugin e, se vogliamo, per la storia dell'umanità, fu il 1206. Il 9 maggio tredicimila tende s'accamparono per il quriltai, l'assemblea generale dei principi, Temugin fu proclamato capo universale del Yeke Mongol Ulus, il Grande Stato Mongolo, e assunse il nome di Gengis Khan. Il gran sciamano Kokchü annnunciò che Möngü Kökö Tengri, l'eterno Cielo Azzurro, aveva creato Gengis suo rappresentante in terra, il clan dei Borgighin divenne l'altan uruk, la Stirpe d'oro.
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.Tra le prime iniziative di Gengiz vi fu quella di organizzare lo Stato mongolo su basi feudali, sotto il dominio suo e della sua famiglia. Furono proibite organizzazioni tribali, tranne nei casi in cui si adattassero al nuovo ordinamento che era basato su un'organizzazione decimale dell'esercito come sistema permanente sia in pace che in guerra. Sebbene l'attenzione maggiore di Gengis fosse rivolta all'esercito, che munì di un reparto d'élite, la Guardia del corpo del Khan, formata da settemila uomini selezionati con cura e che godevano di un trattamento speciale, volle dotare la sua gente di un Grande Yasa, un codice di comportamento, fatto di regole civili e penali che fu considerato da di mongoli un documento magico e un talismano di vittoria. Era stato redatto dagli scribi nella forma mongola dell'alfabeto Uiguri voluta come ,lingua ufficiale dallo stesso Gengis Khan.
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.Il codice conteneva precetti morali: onorare i virtuosi e gli innocenti; rispettare gli uomini saggi e colti di qualunque popolo; amarsi reciprocamente; dividere con un ospite il proprio pasto; non rubare; non commettere adulterio; non fornire falsa testimonianza; non compiere tradimenti; risparmiare gli anziani e i poveri; rispettare tutte le religioni ma senza dare la preferenza ad alcuna.
Secondo il codice, il potere del Khan era determinato dallo statuto del servizio obbligatorio, il quale dichiarava che nessuno poteva abbandonare il posto nel quale fosse stato assegnato o qualsiasi lavoro gli fosse stato affidato. L'onere era distribuito con equità, senza tener conto delle ricchezze o della posizione sociale di alcuno. Lo Yasa contemplava i poteri necessari per riscuotere le tasse, per la coscrizione e per il servizio postale, e obbligava tutti i mongoli fisicamente validi alle grandi battute di caccia che si tenevano in inverno, in parte per provvedere al rifornimento di carne, ma soprattutto come manovre militari che si svolgevano sotto il controllo del Khan. Erano dispensati da doveri e da tasse i sacerdoti di ogni religione, i medici e gli studiosi.
La legge criminale puniva di norma con la morte i reati contro le persone, la proprietà, il matrimonio, l'ordine pubblico e lo svolgimento della giustizia; la stessa pena era applicata ai golosi. La condanna a morte era comminata anche per offese gravi contro la disciplina e l'organizzazione militare, per azioni come la carità verso i prigionieri senza il consenso di chi ne aveva ordinato la cattura, o come il rifiutarsi di consegnare uno schiavo o un prigioniero scappato per evitarne una nuova cattura, o come il possedere un cavallo rubato senza essere in grado di pagare la multa per il furto, o il mettere il piede sulla soglia della tenda di un capo militare. E ancora per aver cercato i favori di chiunque altro che non fosse il khan, in caso di frode commerciale o bancarotta, e per speciali offese religiose o rituali, come per esempio macellare animali alla maniera musulmana in contrasto col rito mongolo, farsi il bagno nell'acqua corrente, urinare nell'acqua o nelle ceneri o dentro una tenda. Offese meno gravi venivano punite con pesanti multe o con bastonature. L'esecuzione di membri del clan reale avveniva senza spargimento di sangue, ma uccidendoli a bastonate avvolti in un tappeto.
La disciplina nell'esercito era severa e pratica. Gli ufficiali dovevano ispezionare le armi e l'equipaggiamento dei loro uomini prima delle battaglie, e porre rimedio a tutti gli inconvenienti che potevano capitare, per non incorrere in qualche punizione in seguito all'ispezione del Khan. Se qualcuno lasciava cadere qualcosa durante la battaglia, l'uomo che cavalcava dietro a lui doveva recuperargliela. Saccheggiare senza permesso, abbandonare un compagno e addormentarsi durante i turni di guardia, erano comportamenti puniti con la morte. Gli ufficiali che non seguivano le istruzioni del Khan o che non riuscivano a mantenere il controllo sui loro uomini durante una spedizione, venivano rimossi dalla loro carica. A un uomo che fisicamente fosse assai più resistente degli altri non doveva essere affidato un posto di comando, poiché, non soffrendo per la fame e per la sete nella stessa misura degli altri, ne avrebbe ridotto l'efficienza.
Tutto ciò non deve far credere a una metamorfosi di Gengis Khan da guerriero, quale era stato fino ad allora e quale era, in pacifico statista. Se una metamorfosi si verificò fu quella da guerriero a conquistatore. C'era ancora una popolazione mongola fuori dal suo controllo, quella degli Xia Occidentali. Il nuovo Khan decise che doveva sottometterli, mosse loro guerra e vinse. Quando, nel 1209 venne stipulata la pace, gli Xia Occidentali erano praticamente ridotti a un protettorato e il loro imperatore divenne un vassallo di Genghis Khan.
Era venuto il momento di guardare oltre i confini della Mongolia.

Giuseppe Ivan Lantos
 
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